venerdì 30 dicembre 2011

2011

Duemilaeundici. L'anno razzo. E' partito ieri e già non lo riesco più a vedere, è arrivato il tempo di spararne uno nuovo.

Del vecchio tengo le scintille.

L'estate a digerire, distesa sull'amaca.
Io e mio fratello che ci ritroviamo in stazione, lui mi chiede posso abbracciarti. Non se ne parla proprio, rispondo. Mi solleva in alto comunque. E anche se mi vergogno penso che abbia fatto bene.
Serena e la vita tranquilla, che le ha fatto ritornare gli occhi di quando da bambina guardava gli animali.
La prima volta dietro un leggio, il silenzio di chi ti ascolta  e che ti fa continuare.
La Holden ai miei piedi, quando mi sono ribellata al quel cazzone di Bianchini.
Il santo tabù e le cene tossiche nella cantina di Michele.
Il mio esibizionismo ginnico e il tour con le ragazze di step. 
L'Erika e il nostro bisogno di far qualcosa di stupido senza poter più andare a Miss Italia.
La Pablota terrorizzata, che anche il giorno della sua laurea si è dimenticata il fondotinta.
La città di K dentro un fiume e Agota, dentro a una tomba. Per sempre.
Tutti pazzi per amore, dio lo salvi.
Le mie idee geniali.
Marco che scioglie i miei nodi e mi ritrovo semplice.
Il pesce volante e tutti i miei lettori. 
Il tempo di crisi che dovrà passare. E passerà. Perché sono felice e dobbiamo resistere.

 Tutti quanti.









martedì 27 dicembre 2011

Femmine.

Dagli otto ai dieci anni mi facevo tagliare i capelli cortissimi perché volevo sembrare un maschio. 
Più che maschio parevo una scimmia. 
Il peggio l'ho raggiunto quando ho scelto l'abito per la prima comunione, in tulle, ampio, con una fantasia improponibile a fori rosa e azzurri. Sembravo una scimmia vestita da damigella, come quelle che mettono in braccio ai bambini che vanno a vedere il circo, per fare la foto.
A me le femmine parevano stupide.  
Mi arrampicavo sugli alberi e sognavo di uccidere Saddam Hussein.
Ci pensavo prima di addormentarmi. 
Quando ancora non volevo diventar mecenate, avevo deciso che avrei salvato l'umanità. Saddam di me si sarebbe fidato, fa solo le elementari ed è una femmina, si sarebbe detto. Io l'avrei sgozzato nel sonno. 

Oggi vorrei tagliarmi i capelli cortissimi, ma sono diventata una donna. 
Non vorrei tornare scimmia. 
E prima di addormentarmi faccio l'elenco di cosa vorrei comprarmi a gennaio, quando arrivano i saldi. Due paia di jeans, una borsa, un maglione, due paia di leggins push-up, una giacca a vento verde smeraldo, un paio di stivali e un anello con l'ametista. 
Sono diventata talmente femmina che il pensiero di comprare mi fa sentire subito meglio. Quasi euforica.

Ed ecco che improvvisamente sento tornare la vecchia Ilaria.
Inorridisce.

Inorridisco.
Penso che con tutte le cose che voglio spenderò una fortuna.
Meglio andare da mio padre o da Marco, e bisbigliare richieste con non-chalance,  impostando la voce in modalità convincimento.

Erika dice sempre, l'importante, con un maschio, è farlo sentire al centro del mondo. Bisogna fargli credere che sia stato lui ad avere un'idea geniale.

Quando mio padre mi comprerà la giacca verde smeraldo gli farò gli occhi brillanti. 
Papi, grande! io non ci avrei mai pensato, hai avuto un ottimo gusto!


Essere donne è bellissimo.


martedì 20 dicembre 2011

Ai miei erotolettori

Scorrendo le pagine di controllo del blog è bello constatare che una parte dei miei lettori arrivi al Pesce Volante grazie al post "Pornosociologia".

A voi che cercavate "giovani ragazze porche", "barzellette porno", "giovani + rocco siffredi"  e che siete incappati in un blog senza pretese un allegro ringraziamento, la lussuria pare abbia giovato alla narrazione.
Forse a voi, un po' meno.

giovedì 15 dicembre 2011

Una colonna sonora.

[La Carmen] E' rossa e io sono piccola. La canto correndo su e giù per il corridoio finché la donna delle pulizie è in cucina a lavare i piatti. Quando l'ascolto odora ancora di detersivo al limone.

[Buonasera Signorina] Io e Serena passiamo i pomeriggi a ballare rock & roll nel salotto di casa. Io faccio l'uomo, mia sorella è ancora più bassa di me. Se non le obbedisco prendo un pugno comunque. Ogni prova si trasforma in rissa.

[Le ragazze, Neri per caso] Il primo cd della mia vita. Ho dieci anni. Massimo De Divitiis è napoletano e bellissimo. Primi calcoli da donna. Dodici anni in più infondo non sono poi così tanti.  
Ci conosceremo a Sanremo quando farò le medie, progetto. Ciao, vuoi darmi un bacio? 
Mi dimenticherò di lui l'anno seguente, col girl power.

[Spice Girls] Danze pop sul tappeto in sala, voglio essere Victoria Adams. Ballano anche le mie cugine. Pezzo forte:  la mia spaccata finale. 
A San Lorenzo quell'anno chiedo i sandali con la zeppa a ogni stella che cade.

[Bon Jovi] Primo amore platonico. Non ballo più, cado direttamente in trance. Vedo un futuro americano, smetto di studiare il latino, 'chè tanto non serve a nessuno. Meglio l'inglese, così posso scrivergli i testi delle canzoni.

[Aichinger] Iniziano i concerti col coro, sono il contralto migliore, per il direttore, un soggetto difficile da gestire. Organizzo riunioni clandestine perché le coriste possano prendersi gli incassi e farsi cucire divise nuove. Le avrei volute eleganti. Le mie prime esperienze come sindacalista.

[Patrick Wolf] la musica di nicchia fa molto intellettuale maledetto. La sparo a tutto volume spogliandomi davanti alla webcam. Altri tempi.

[This is the life, Amy Mc Donald] Sa di gennaio e di una pasta in cucina. Non siamo amici, ti ho detto poi. Tu già lo sapevi.

[Nantes, Beirut] a Padova affossiamo ancora di più un pavimento che sembra sul punto di cedere. Orchestra improvvisata con mobili e cianfrusaglie. Ci sono la grattugia, il cassetto, le forchette, e le nostre voci. Insieme facciamo un bel casino. Dal piano di sotto anche la vicina contribuisce, battendo sul soffitto col manico della scopa.

[No more tears, Ozzy Osbourne] a crac in a windou is e cek in de scccaaaaiiiiii. Mi improvviso metal woman per farlo ridere. Ci riesco e mi sento felice. 

[Lady Gaga] da bravo filosofo il mio innamorato ha imparato a prenderla con filosofia.
Io, penso che la musica sia fatta per stare allegri e che in una prossima vita non sarebbe male rinascere pop star.



Amicizia

Lo sapevi che il pesce volante ha una pagina Fb?

domenica 11 dicembre 2011

Esperienze editoriali. Parte 1.

Entro in una casa editrice, famosa.

Mi hanno contattato loro, gli sono piaciuta, cercano una stagista. Una che stia in redazione. E' fatta penso io. Mi gaso più di una bottiglia di coca-cola sulle montagne russe. Così mi faccio bella, cercando di mantenere il low-profile degli intellettuali di sinistra che mi immagino di trovare (che troverò). Non sono agitata, sono contenta. 
Mi vedo già redattrice, poi editor, poi talento, scoperto per caso, poi best-seller nazionale. Poi MECENATE.
Esagero, certo. Ma con l'immaginazione non so mica stare calma.

Entro ed è tutto bianco e nuovo. E pieno di libri. C'è un silenzio assoluto.

Mi fanno sedere. Il mio cervello elabora risposte intelligenti ancora prima di sentire le domande.
Invece domande non ce ne sono. Iniziano spiegandomi il lavoro.

Devo correggere le bozze per un'opera omnia. Forse non diventerò mecenate.

Devo correggere un'enormità di bozze, mi specificano che questo sarà un lavoro di pazienza, quelli che hanno studiato editoria nei master non si aspettano di fare, mi raccontano, credono che l'editoria sia intrattenere pubbliche relazioni con gli scrittori - (Eccomi qui!) 
Io, con aria snob rispondo, bé io sono una linguista. Che significa più o meno, figuriamoci che la penso come la gentaglia che va a fare un master- (Propriooooo).

Probabilmente non diventerò neanche best seller.

Proseguono.
Dovrai correggere tutto e farlo gratis, lo stage non è retribuito, questo lo sai.
Non lo sapevo.
Di sicuro non diventerò editor. Farò la pirla povera. Però colta. Lode alla cultura, sempre sia lodata.

Il cervello si spegne. Puf. Si rifiuta di darmi sensazioni. Bene, quando iniziamo? 
Non faccio una piega. Gli intellettuali sono superiori al vile denaro. Questo è un esempio di dissonanza cognitiva.
Mi prendo tempo, voglio prendermi tempo per provare a elaborare un piano.

Aprire un night club. 

Visto che la domenica sono in libreria e il resto della settimana lavoro gratis, apro un night club e dentro ci faccio lavorare tutte le mie amiche laureate che al momento condividono un'esistenza precaria. 
Sarà un night club molto cool. 
Mia sorella canterà Adele. L'Eri farà la lap-dance recitando Euripide. La Pabli saprà stupire i clienti parlando di calcio. L'Alda curerà chi si sente male. L'Anna farà la cameriera sexy con l'accento spagnolo. Io correggerò nuda le bozze per la mattina seguente. Almeno tutte avremo un ruolo.


Esco dalla casa editrice.
Guido per una ventina di chilometri.
Bestemmio.
Piango.



venerdì 2 dicembre 2011

Pornosociologia

C'era una volta il porno. 

Per noi donne, guardare un porno è un po' come vedere un documentario sugli gnu dell'Africa nera. Manca solo Piero Angela. Ci si immedesima con l'attrice protagonista, ci si chiede, questo, io, lo saprei fare? 
Un porno è un cortometraggio didattico sull'espressione di una sessualità atletica e poco probabile, proprio per questo molto divertente. Come quando ci siamo sedute tutte intorno al computer per guardare "L'ultimo bacio".
Alla prima scena siamo ammutolite di colpo. Un'allegra ragazza  con le trecce rosse, completamente nuda se ne andava bel bella a cavallo. Poi è apparso il titolo. Pippi è i cazzi lunghi. Altro che Muccino.
Guardare un porno serviva ad esorcizzare il senso del proibito, che era comunque una paura.

Quando ho provato a scrivere su Google "luci rosse", perché volevo comprare una fila di lampadine per l'albero di natale (beata ingenuità), ho capito che cercando in rete avrei potuto acquistare solo video hard.
La diffusione microscopica del porno l'ha trasformato in noia. E allora bisogna scongiurare una nuova paura. 

E perché non masturbarsi con il timore della morte?

La polizia scientifica ha sostituito Rocco Siffredi. Al posto del letto c'è la scena del crimine. Cominciamo ad entrare nei corpi col bisturi, l'anatomopatologo cerca la violenza per metterla in provetta.
Noi diventiamo investigatori, il senso del morboso ci affascina, abbiamo bisogno di trovare un colpevole. La morte, se prevedibile, diventa controllabile.
Io invece così mi sento nuda, cambio canale.

La Bambina ieri mi ha detto, Ilaria, lo sai che quando sarai vecchia potrai morire di mal di pancia? 
Io l'ho ringraziata, per fortuna sono ancora giovane. 
Mi ha guardato sorridente.
Poi mi ha detto, non avere paura, muoiono tutti. E' meglio se andiamo a giocare.

Venite a giocare anche voi. Che la vita senza paura è molto più allegra, e se prima o poi finisce, pazienza.






 

domenica 27 novembre 2011

Gomma

Novembre mio, facevi freddo e dal balcone cantavamo a squarciagola le doglie blu, come i gatti innamorati che miagolano la notte.
Lei fumava venti sigarette,  io più che un groppo, in gola tenevo un amore amaro.

E adesso che il futuro è tutta un'altra canzone, che fine avranno fatto i Baustelle?


venerdì 25 novembre 2011

Coniglio blues

- Maaaaaaaaammmmmmmmmmmaaaaaaaa!
- Cosa c'è?
- E' morto il mio coniglioooo!!!!!!!!! 
(pianto disperato)
- Ma dov'è, Serena?
-E' nella gabbia, è mortooooo!
(pianto disperato con singhiozzi isterici)
-Cerca di stare tranquilla, se è morto in gabbia gli sarà venuto un' infarto, non si è neanche accorto. Dopo lo seppelliamo insieme.


Una madre mente spesso. Mia madre mente con disinvoltura, quando lo fa è quasi sempre per il nostro bene.
Era una mattina d'inverno. Io e Serena eravamo a scuola. Mia madre aveva il giorno libero, così decide di pulire le stanze. Quella di mia sorella è sempre somigliata a una stalla. Anche perché, vicino al comodino, teneva una gabbia con un coniglio nano. E bisogna cambiare la paglia spesso se non vuoi che sappia di rancido, così le ripeteva.
Mia madre aveva portato la gabbia in giardino, aveva liberato il coniglio, buttato la paglia nel letamaio, lavato il fondo e sistemato tutto quello che c'era da sistemare, bastava solo riprendere il coniglio.
Si era guardata intorno.

Sparito, il coniglio era sparito.

Mia madre aveva fatto il giro della casa, si era assicurata che il cancello fosse chiuso, no, non poteva essere uscito in strada.
Non so se avete presente i bob tail, quei cani da pastore bianchi e grigi, quello che aveva il principe della sirenetta disney, per intenderci. Ecco io ne avevo uno con l'istinto materno. Nanà, si chiamava.
Nanà, vieni qui.
Il cane si era alzato obbediente, solo che sotto il cane c'era il coniglio.

Cadavere. 

Cadavere e pieno di bava. 
Nanà probabilmente aveva voluto tenerlo fermo, non riuscendoci con il muso, aveva deciso che era meglio sedersi sopra.
Mia madre era impallidita. Se mia sorella avesse saputo com'erano andate le cose avrebbe pianto.
Poi avrebbe ucciso il cane.

Ed ecco il colpo di genio.  Mia madre sa esattamente quello che deve fare.

Prende il coniglio morto e lo porta in bagno.
Si mette a lavarlo con sapone di marsiglia, fino a quando il pelo non smette di essere appiccicoso. Strofina bene. Poi, quando è sicura che le tracce siano sparite, lo asciuga col phon.
Il povero coniglio non è mai stato così bello. Meglio di un pelouche.
Lo rimette nella gabbia pulita, vicino al comodino.

Quando mia sorella ritorna, lei conta fino a dieci.
Uno, due, la sente aprire la porta, tre, quattro, cinque, ha posato la cartella, sei, sette, otto, deve averlo visto, non c'è più nessun rumore...
Nove...

- Maaaaaaaaammmmmmmmmmmaaaaaaaa!
- Cosa c'è?
- E' morto il mio coniglioooo!!!!!!!!! 
(pianto disperato)
- Ma dov'è, Serena?
-E' nella gabbia, è mortooooo!
(pianto disperato con singhiozzi isterici)
-Cerca di stare tranquilla, se è morto in gabbia gli sarà venuto un' infarto, non si è neanche accorto. Dopo lo seppelliamo insieme.

Almeno il cane si è salvato.









lunedì 21 novembre 2011

Natale in libreria e la fiera del vago.

- Vorrei un saggio uscito negli ultimi dieci giorni, ma non so né chi l'abbia scritto né il titolo.
- E magari l'autore è castano sui quaranta...
- A dire il vero non so neanche se sia maschio o femmina.





venerdì 18 novembre 2011

Questione di stile

Mia sorella è fastidiosamente stilosa.
Una persona ha stile quando indossa cose apparentemente improponibili, rendendole magicamente perfette.
Tipo le mutande ascellari. Mia sorella ha anticipato la collezione Intimissimi 2011 andando a frugare nel baule di mia nonna già l'anno scorso. Ha messo i suoi mutandoni. E puf! In giro cominci a vedere i manichini con l'intimo di Bridget Jones addosso.

Mia sorella è fastidiosamente stilosa perché mi fa pesare il fatto di non esserlo a sufficienza. 
Il mese scorso ho comprato un paio di fantastiche francesine nere.
Lei le guarda e sbotta "se ci sei arrivata tu significa che per me è ora di cambiare. Infatti, cara Ilaria, non so se hai visto che sto puntando sullo stivaletto." Me lo dice con la faccia soddisfatta e il mezzo sorriso di chi ti parla con paternalistica compassione. Io, lo stivaletto, glielo tirerei in faccia. 
Poi non contenta continua "non si diventa stilosi solo leggendo The Blonde Salad, sappilo".
Lo so benissimo, porca miseria. 

L'armadio di una donna non è mai abbastanza pieno. Il mio ospita anche la sezione, fallimenti clamorosi.
Tipo la maglietta dell'Hard Rock London. 
Mica sono andata a comprare quella classica, no, ma fammi il piacere, troppo banale. Ho messo in valigia la versione metal. Che io al metal neanche ci avevo pensato, semplicemente mi sembrava solo un tantino più aggressiva. Massì osiamo!
Come quando ho comprato le nike argentate con suole rosa. Mi sembravano allegre. Se ti mettono un soprannome c'è sempre un motivo. Bugs bunny, mi chiamavano.
La borsa con le borchie a forma di teschio ha scatenato pareri discordanti. Andiamo dal diplomatico, "mmmm, diciamo che è particolare"dell'Eri, al "dio che schifo" della Paola.
A me piace.
Solo che l'altro ieri ero al circolo. Uno di quei bar frequentato esclusivamente dai vecchi, loro e la moda, in teoria, dovrebbero abitare in pianeti diversi. E invece uno mi guarda, mi si avvicina ed esclama, apperò, hai proprio una  bella borsa metal!
Diobello ci risiamo.
Mia sorella, che ha sentito, tutto si sbellica dietro il bancone. 

Il peggio però l'ho raggiunto con gli occhiali da sole. Decido di investire un quarto del mio stipendio estivo in un bel paio di Diesel con lenti graduate. Marco, chiedo, dammi un consiglio. Ne provo un paio di blu, con le estremità che tendono verso l'alto. Io mi guardo, ma ci vedo poco. 
Ci pensa il mio caro fidanzato a convincermi. Stai benissimo, dai prendili!
Poi arriva il gran giorno.

Li vado a ritirare e mi guardo allo specchio. Con le lenti graduate, finalmente. 
E mi vedo. E raggelo. E vorrei incendiare lui. E invece gli dico:

Ma mi hai vista?
Sì.... 
Sto da cani.
Dai amore, non stai benissimo, ma neanche così male!
Perché mi hai detto di comprarli?
Perché io avevo comprato i miei e non avevo più voglia di stare dentro il negozio.

Impallidisco e vacillo.

Beata sincerità.





martedì 15 novembre 2011

Un colloquio.

Mi chiamo Ilaria il cognome è difficile, sì, me lo chiedono tutti, si pronuncia con la g gutturale. Da dove vengo. Bé se hai la faccia intelligente ti racconto tutta la storia, della Slovenia, si, ok sono un po' slava, anche se non è proprio corretto, austroungarica sarebbe più giusto. Se hai la faccia da leghista ti dico che sono tedesca, tu pensi che i tedeschi siano più ricchi degli italiani e ti metto il cuore in pace. Ho pure gli occhi azzurri cosa vuoi di più.
Cos'ho studiato? Lettere, linguistica per essere precisi. La battuta su come sarò brava allora a usare la lingua è vecchia come il cucco, sappilo. Non mi sei più simpatico.
Ho studiato linguistica perché mi sarebbe piaciuto rimanere a fare il dottorato. 
Perché non sono rimasta all'università? Perché se un laureato in lettere è inutile un dottorato in linguistica lo è il doppio. E adesso evita. Non guardarmi con quella faccia ipocrita. Cosa? Non dovrei pensarla così? La mia coinquilina a trentatré anni viveva ancora in appartamento con tre studentesse di venti e si faceva dare la paghetta dai suoi genitori. Pensionati. Io vorrei avere un figlio da giovane. Se voglio una famiglia? Certo. Mi piacciono i nomi strani e le domande dei bambini. Guarda. Se una donna vuole dei figli non vuol dire che accantonerà il lavoro. Anzi. Io voglio lavorare per non essere una di quelle madri col pancione e i capelli grigi, mi fanno tristezza. 
Devo descrivermi con tre aggettivi? Bé. Direi intelligente, ma so che penseresti che ammettendolo io sia solo una presuntuosa, quindi facciamo sveglia, sì, sono sveglia, anche se le battute del Berlu non mi fanno ridere. 
Poi.
Sono volonterosa, che quando cerchi un lavoro va sempre bene. VOGLIO TANTISSIMO il lavoro che mi stai offrendo, ho sempre studiato aspirando a uno stage in cui mi paghi due euro e quarantaquattro centesimi all'ora. Adoro.
Ah, e in ultima direi che sono sempre aperta al nuovo. Che non vuol dire un cazzo, lo so, ma mi rende disponibile e tu mi fai un sorriso.
Da quando ho cominciato col corso di dizione ho scoperto che a recitare me la cavo. O per lo meno. So raccontarti la storia dell'orso con una voce che viene dal diaframma molto professionale.
Qual'è il mio lavoro ideale?
Io voglio scrivere. L'ho sempre saputo.  Sì, sì, certo se lo vuoi chiamare hobby e mi fai quella faccia scettica mi sta bene. Ma poi se pubblico e il libro te lo infilo nel culo non lamentarti. 
Te l'avevo detto che ci sarei riuscita.
Che voto darei alla tua offerta da 1 a 10?
Un otto SENZA OMBRA DI DUBBIO. Il mio tempo è gratis, te lo regalo! Noi siamo giovani, abbiamo tutta la vita davanti. Ma figurati, se facciamo un po' gli schiavi cosa vuoi che sia?!? Lo facciamo volentieri. Si corrobora lo spirito! E se la mia privata diventerà esile come le donne sulle passerelle, pazienza, vivrò per il mio lavoro.

Mi farete sapere.
Bene, grazie. Sì, sì. Intanto non prendo impegni. Aspetto la vostra telefonata.
Stanne certo.



giovedì 10 novembre 2011

Paola.

Camminiamo per strada alternando i versi che ci costringevano a recitare da bambine. Ci piace Novembre, perché è l'unica poesia che ricordiamo fino infondo. A Padova sotto i portici la voce sa di tempo leggero, che in un lampo c'è passato tra le dita. Quando dimentico una parola lei la riempie. Io le mostro come la vita sia una nebbia spessa, lei dice, la nebbia è solo bianco, io mi ci perdo dentro come quando indosso un problema e lo faccio diventare un vestito.
Quando soffoco lei mi spoglia.
Gemmea l'aria, ed il sole oggi sa solo di spento, Pascoli me lo ricorda il calendario. A San Martino cominciavamo a mettere il cappotto, la sera.
E invece oggi mi scalda la nostalgia.
E' l'estate fredda, dei morti.




Cit.   http://balbruno.altervista.org/index-212.html

domenica 6 novembre 2011

Meteopatia

Piove un grigio che lava via il buon umore. 
Vorrei avere un ombrello rosso che ripari i sorrisi dal cattivo tempo.

venerdì 4 novembre 2011

Dizione

Dietro il leggio il cuore mi rimbalza in gola. Deglutisco, cerco di rimetterlo al suo posto respirando profondo. Poi comincio. Faccio uscire la voce dal diaframma, ed è come percorrere una strada sulle colline, cambio l'intensità quando trovo una virgola, gioco con le pause quando il punto mi dice, ora puoi respirare.
Leggo ad alta voce perché mi piace quando il silenzio di chi ti guarda cambia improvvisamente, diventa ascolto, tu lo indossi e ti senti più forte. 
Cerco di aprire e chiudere le vocali al momento giusto, di non inciampare come quando di notte lui mi diceva, e adesso leggimi quello che hai scritto.

Ho imparato a cantare le parole senza le note. 
Le lettere vivono, la paura muore in gola.

mercoledì 2 novembre 2011

Perla di saggezza n°2

Scoperto il movimento "contro il razzismo verso i giovani padani", il pesce volante ha deciso che da oggi in poi cagherà dall'alto prendendo la mira.

venerdì 28 ottobre 2011

Un buon capo.

Quando da bambino ti ritrovi a essere il più vecchio tra tutti i tuoi cugini impari a essere capo.
Un buon capo deve prendersi cura dei più piccoli, deve proporre battaglie coi vicini di casa solo quando è sicuro di vincere.
Un buon capo non deve annoiare la banda, deve avere inventiva. 
Facciamo vomitare Massimiliano, avevo proposto quella volta. Avevamo preso una tazza piena di acqua e ci avevamo sciolto sale, zucchero e limone. Bevi, è buonissimo. Lui, ignaro e obbediente aveva bevuto. Era ingrigito di colpo e aveva cominciato a vomitare.
Un buon capo deve convivere coi sensi di colpa. 
Se si decide di suonare i campanelli e poi scappare, un buon capo lo fa per primo.
Se si decide di suonare i campanelli, ma qualcuno potrebbe vederti, un buon capo deve saper delegare.

Un buon capo ha aiutanti. Odia i sosia.

Mia cugina voleva essere me. 
Un buon capo all'inizio accetta lusingato. 
Mia cugina picchiava gli altri per starmi vicina. Diceva, con lei ci sto io, tu vai via. 
Un buon capo avrebbe dovuto eleggerla suo braccio destro. Ma mia cugina imitava i gesti, ripeteva le frasi, si faceva comprare le stesse cose che i miei genitori avevano regalato a me. 
Un buon capo capisce subito quando arriva il momento giusto per smettere di essere buono. 
Si era fatta comprare anche il cd dei Chumbawamba. BAN! Una novenne, pensavo dall'alto dei miei undici anni, cosa vuole saperne dei Chumbawamba ?!?

I copioni vanno eliminati. Sempre.

Prima li ignori. Poi magicamente, la tua preferita diventa sua sorella, la minore. 
Se ancora insiste cerchi di farti odiare, a nascondino facevo contare sempre e comunque mia cugina. 
Se persevera hai tutto il diritto di passare alle mani.

Il problema arriva quando cresci e hai un'amica che adori.
Capita che facciate la stessa facoltà e che vi laureiate lo stesso giorno.

Quella volta l'ho chiamata, Eri, le ho detto, ho deciso il titolo della tesi! Il mio prof mi aveva raccomandato di scegliere un titolo che colpisse, di essere originale. Parlavo del motto di spirito nelle avanguardie artistiche del primo Novecento.

"L'avanguardia che ride" 

Bello, incisivo.  
Perfetto.

Passano tre giorni.

Erika mi telefona. Sai, mi dice. Anche io ho deciso il titolo della tesi.
Aveva fatto un lavoro bel sul cibo nelle commedie latine, un lavoro completamente diverso dal mio, si parlava di specie ittiche e cose commestibili che adesso neanche ricordo, non ha importanza. 
Che titolo? faccio io.

"Il pesce che ride"

Ammutolisco.

Eri?
Si?
Ti rendi conto hai copiato il mio?
Ecco perché mi era famigliare! 
...
...
Cambialo, va'. Che ci laureiamo anche lo stesso giorno.

Ho già fatto stampare la tesi.

Un buon capo capisce subito quando arriva il momento giusto per smettere di essere buono. Una buona amica prega di non commettere un omicidio, viene esaudita e tutto rimane come prima.




lunedì 24 ottobre 2011

Fratellità!

Mio fratello quando mi abbraccia mi solleva.
Sei ingrassata, mi dice.
Mio fratello è mio fratello perché gli rispondo di sì, che è vero, sono ingrassata. Ma poi posso sempre mandarlo affanculo.

venerdì 21 ottobre 2011

Storia di una stagione.

Il freddo si è fatto umido, cammini per la strada e ti sembra che le ossa si siano imbevute d'autunno. Oggi le pozzanghere le schivo, una volta dividevo le acque come Mosè, aprendole in due con la bicicletta. Si pedalava veloci, poi sollevavo le gambe per evitare gli schizzi neri che mi avrebbero sporcato i calzini.
Quando le foglie cadevano era tempo di andare nel bosco, mi costringeva mia madre, perché io nel bosco non ci vengo, mi viene il prurito. 
E quando trovavo una salamandra la mettevo nel cestino dei fughi, posso mostrarla alla maestra, ti prego? Ci davo un nome e cercavo di capire di che colore avesse la lingua.

Quando viene il suo tempo la stagione ritorna, mi ci infilo dentro col cappotto di lana. Lei mi guarda, non mi riconosce. 
Sei cresciuta, mi dice. 
Capita a tutti, le rispondo.

Mi chiedo se, ogni anno che passa, lei non diventi più sola.



martedì 18 ottobre 2011

Be italian.

Se non puoi concederti un master che valorizzi la tua laurea, prova a investire sul nuovo super push-up di intimissimi.
Diventerai subito più intelligente.

venerdì 14 ottobre 2011

Scansano

La casa in Maremma profuma di erba bionda e di mattine addormentate. La ritrovo com'era allora, quando andavo a caccia di rospi e mia sorella non sapeva ancora stare a galla. I campi chiacchierano anche la notte, quando i grilli iniziano a cantare e i cinghiali scavano buche col muso sotto la nostra finestra.

Prima di andare a nuotare a Talamone passiamo a comprare la schiacciata coi pomodori e quando la mangio mi sporco le labbra e quasi quasi ti do un bacio per sporcarti la fronte. 

Al mare il vento solleva gli aquiloni, il cielo trascina i kitesurfer senza fare fatica, sulle onde si scivola via segnando percorsi orizzontali.
Dentro le chiocciole ci sono i paguri,  le cipruschide-ciproschidi le avevamo chiamate, le raccoglievamo in un secchiello e lì stavano fino a sera.

A casa chi fa la doccia per primo deve stare attento a non finire il boiler. Io sono seconda anche se tu sei un distratto, perché mi piace stare seduta sotto la vite a leggere un libro e a immaginare come sarà questo posto quando ritorneremo fra vent'anni. 

Giochiamo a carte fino a quando non si spegne il giorno, e allora ci stringiamo sotto le lenzuola come quando da bambini ci si racconta le storie dell'orrore per avere paura insieme, che, lo sappiamo, qui siamo al sicuro.

martedì 11 ottobre 2011

Perla di saggezza n°1.


Quando il tuo innamorato inizia a chiamarti "amaro" anziché "amore",  puoi effettivamente cominciare a esser gelosa del Cinar ghiaccio-limone.

sabato 8 ottobre 2011

Il pesce volante.

Aspetto che arrivi il nostro tempo, e nell'attesa si consumano ore- ore lunghe più degli anni. E mi ingarbuglio in pensieri inutili, inciampo e mi imprigiono.
I tempi complementari aumentano la distanza, che io so colmare solo con la malinconia. Vorrei assomigliarti e ricucire le divergenze con la leggerezza, ma stiamo imparando insieme a bilanciare i pieni e i vuoti.

Sono il pesce volante e tu il gabbiano. Dimmi come posso fare per spiccare il volo. 
Che io a guardarti dal mare mi sento affogare.

venerdì 7 ottobre 2011

Viva la Madonna!

Abitavamo nella casa nuova da un paio di settimane. Una casa grande, appena fatta ristrutturare da uno dei migliori geometri di Schio.
Le pareti erano rosa pesca, le stanze odoravano di dipendenza, sapevano ancora di vernice fresca, uno di quegli odori che continui ad annusare per stordirti, come quello di benzina.

La mia famiglia è una famiglia squilibrata, in senso buono, ma squilibrata. O si è felici all'ennesima potenza o nascono gli uragani. 

Quella volta io e mia sorella avevamo vinto alla pesca due scatole di gessetti, li tenevamo sopra il comodino, non sapevamo cosa farcene. Serena preferiva guardare Solletico, io leggere Top Girl in cucina, il numero Uno l'avevo comprato al posto del libro di catechismo. Mia madre correggeva un pacco di compiti in salotto.
Frammenti di una vita quotidiana qualunque.
Solo mio padre era andato al lavoro insolitamente contento.

Quella sera sarebbe passato il geometra a controllare i soffitti delle camere, una cosa svelta, questione di cinque minuti.
Ed eccolo che suona, un gambo di sedando infagottato in un piumino color senape. Aveva il viso lungo, sempre troppo imbronciato, come gli uomini nelle foto in bianco e nero, pietrificati dal flash in una serietà imbarazzata.
Mia madre somigliava invece a una mela Golden Delicius, era andata ad aprire sorridente e gli aveva offerto un caffè.
Ma l'uomo aveva fretta, andiamo subito a vedere le camere, signora. E mia madre lo accompagna, apre la porta e invecchia di colpo, le sembra di vacillare.

Sulla parete sopra il letto matrimoniale trionfava la scrittura di mio padre in un murales beffardo color blu-vittoria:

VIVA LA MADONNA!!!! (e tutti i santi!!!!)

Aveva usato il più deciso dei nostri gessetti.

Il geometra aveva guardato la stanza in maniera interrogativa, aveva controllato il soffitto e se n'era andato alla svelta. Allibito, probabilmente.

Mia madre si era sentita morire. Aveva chiamato mio padre in ambulatorio e lui gli aveva risposto allegro come i bambini che l'hanno appena combinata grossa. 
Poi l'aveva tranquillizzata, tanto è gesso, va via subito.

Io e mia sorella, ammirate, pensavamo di avere il padre più simpatico del mondo.

E voi. Cari amici. Sappiate che il gesso blu non viene via dal muro, neanche col bruschetto. 
Mio padre si sbagliava.

venerdì 30 settembre 2011

Impotenza

Conosco una donna che ha dentro il vuoto della Storia Infinita, ogni volta che la guardo ci cado dentro e non respiro. 
Cosa ti è successo, le chiedo. Lei mi risponde di stare tranquilla, va tutto come dovrebbe andare.
Io vedo che la sua anima si è fatta dura come il legno e che il suo corpo è sottile come le betulle in inverno.

Vorrei poter diventare un incendio e  farla bruciare. 

Perché la legna che arde si trasforma in calore, sempre.

martedì 27 settembre 2011

La famiglia sostiene i miei talenti.



Ilaria: La verità è che devo a mettermi a scrivere qualcosa di serio, è arrivato il momento.


Madre: E perché invece non provi a vedere se ti assumono alla Lidl?

sabato 24 settembre 2011

La confessione


Mercoledì prima di Natale: confessione. 

I preti si sistemavano in uno stanzone dell'oratorio senza riscaldamento, mettevano due sedie di legno una di fronte all'altra, si sedevano e aspettavano il primo coraggioso.

Io avevo le budella aggrovigliate. Non mi muovevo dalla panca. Stavo a fissare le confessioni degli altri cercando di cronometrare quanto tempo stessero a raccontare, parlavano tanto, troppo. Li ammiravo.

Io invece mi sentivo in colpa, ero una cattiva peccatrice, perché non avevo nulla da dire. 
Mi vergognavo di non aver peccato. Così davo una pacca sulla spalla alla mia vicina, ehi, tu cosa gli dici? Cercavo qualcosa da aggiungere che mi potesse dare un tono, un peso grave, un senso, per cui essere redenta.
Il sacerdote era custode di segreti, io non ne avevo neanche uno. 

Così tutte le volte decidevo di inventare.

- ho fatto la spia
- ho picchiato mia sorella
- ho detto parolacce a mia sorella
- ho rubato le collane di mia sorella
- ho detto a mia mamma che mia sorella  mi ha rubato le collane e lei l'ha messa in castigo.
- odio mia sorella

Mia sorella centrava sempre. Mi pareva  fosse l'unica persona che potesse dare credibilità alle mie bugie: tutti sanno che una sorella minore è una palla al piede, mi giustificava.
Raccontando tenevo gli occhi bassi, mi chiedevo cosa pensasse di me il sacerdote. E ogni volta mi stupivo, mi diceva, tutto qui? Allora arrossendo un poco concludevo:

-ultimamente, ho detto bugie.

Quell' "ultimamente" significava in realtà "in questi cinque minuti", perché nella vita vera io le bugie le evitavo.  Ma tanto il prete mica lo sapeva.

Sono stata assolta, tutte le volte.

E tutte le volte, uscendo, mi son sentita felice: non avevo fatto annoiare il prete.

domenica 18 settembre 2011

Noi siamo qui.

A tutti i nati negli anni Ottanta. Italiani.

Domani uscite, andate in libreria e comprate "Dove eravate tutti" di Paolo Di Paolo.
Non importa se avete poco tempo per leggere un libro. Trovatelo. 
E poi fatelo conoscere. Parlatene.

Finalmente qualcuno che sa scrivere davvero bene ci ha dato voce. Ha raccontato l'Italia in cui viviamo dalla nostra prospettiva, il suo è un libro in cui vi ritroverete, estremamente presente. Estremamente reale.
Aiuta a conoscerci, ci orienta.

Ed era ora che qualcuno si prendesse la briga di dare un senso alla nostra generazione, noi che siamo costretti a rimanere sempre ragazzi, perché gli adulti pensanti l'Italia non li vuole, saprebbero parlare e potrebbero voler cambiare le cose.

Ecco. A loro dico che forse qualcuno sta provando a darci una coscienza, perché infondo noi siamo qui. Lo siamo sempre stati.







venerdì 16 settembre 2011

Autunno

La luce si è fatta di un colore saggio, che sa di oro e di sera. Ce l'hanno negli occhi gli anziani, quelli che riescono a conservare a lungo il calore del passato.

A Waidring i vecchi si riunivano sotto le piante di melo e noi stavamo a mangiare insieme a loro.

A Schio, quando attraverso la piazza per andare al mercato, una fila di vecchi mi guarda passare. 
Stanno seduti in fila, dietro un cancello alto, che li fa sembrare bestie inutili stipate in una gabbia in mezzo alla giungla. 
I loro occhi sanno d'inverno, c'è dentro il vuoto.

E mi viene in mente Aurora, una bambina della scuola materna, che mi dice, ma lo sai che i nonni, una volta, sono stati giovani?!? 

Aveva la voce che sapeva di un'incredulità felice, Aurora, di chi ancora non può capire cosa voglia dire invecchiare.

Allora mi sento in colpa, cerco di camminare più veloce.

Perché io non abito a Waidring e anche io, un domani, sarò come loro.





mercoledì 7 settembre 2011

28 giorni

Il 99,9 % delle donne odia avere il ciclo.

Fanno parte di quello 0,1% che rappresenta l'eccezione, le ragazzine delle medie che ancora non l'hanno avuto, loro lo vorrebbero a tutti i costi, a ricreazione fanno il conto di chi in classe sia ancora bambina. L'ultima rimasta avrà paura di essere malata e ogni volta che andrà in bagno, guarderà gli slip come si osserva l'albero di natale la sera della vigilia, potrebbe arrivar qualcosa da un momento all'altro!
Quando il ciclo arriva davvero, nel giro di sei mesi ci si pente subito e si invidiano in silenzio quelle compagne tardone che ancora non sono diventate donne.
Ci sono poi quelle che una sera se la sono sentita di ballare sopra ad un tavolo con gli shorts e il tacco 12 e la mattina si sono svegliate con addosso il mal di testa e un paio di sconosciuti. Loro la sera faranno voto, dio, te lo giuro, mai più tacchi sul tavolo, mai più, ma fa che questo mese arrivino.
E quando dio decide di compiere il miracolo, loro, nel giro di un quarto d'ora sono già imbottitte di moment, che la sera si esce a bere per festeggiare lo scampato pericolo. Col tacco 12.

Dicevamo, il 99,9 % delle donne, odia avere il ciclo.

Perché esattamente sette giorni prima, i capelli cominciano a diventare opachi, e anche se li hai appena lavati arriva immancabilmente una sorella o un amico a chiederti, da quanto tempo è che non vedi una doccia?

Per non parlare dei brufoli. Spuntano come i funghi dopo il temporale, improvvisamente e tutti insieme. Allora cominci a farti schifo. Soprattutto dopo averli strizzati dal primo all'ultimo.

Poi inizia la fame. Si divorerebbe qualsiasi cosa:  animali, uomini, piante, case, autostrade. Non sarà mai abbastanza.

Ed ecco a voi il signor nervosismo!
Perché ti fanno male le ovaie e il seno vorrebbe esplodere. Gli ormoni cominciano a impazzire, ballano il tuca-tuca suonando le maracas, e tu ti senti come se ti avessero portata a un concerto degli Iron Maiden di controvoglia: insofferente e incazzata.

Ci siamo, finalmente arriva.


Cammini tenendo una mano sulla schiena, l'altra sulla pancia perché neanche tu sai in che direzione piegarti, è come  se ti avessero trafitto con una lancia, ti vorresti solo accasciare. E invece arriva bel bello il tuo uomo.

Tu lo guardi facendo l'aria da cane bastonato. 
Lui ti sorride.
Tu ti lamenti.
Lui ti sorride e sgancia la massima con nonchalance : sta peggio di una donna con le mestruazioni solo l'uomo che la deve sopportare.


Il 100% delle donne odia avere il ciclo e un uomo-filosofo intorno.

giovedì 1 settembre 2011

Un post-o di nostalgia.

Mia nonna rivive nell'odore del latte, quando si brucia e si attacca sul fondo del pentolino.

L'appartamento di Riviera Paleocapa  lo ritrovo nello scroscio dei fiumi di notte, quando riesco ad ascoltarli. E mi ricordo la puzza di sigarette appesa sulle pareti in corridoio, e finché lo percorro calpesto la mattonella traballante, quella vicino alla camera, che fa un rumore infastidito, quasi voglia mandarmi al diavolo perché cammino piantando i talloni.

Il pavimento lo pulivamo con un mocho marcio, l'appartamento odorava di pioggia anche d'estate.

La nostra vecchia casa sapeva di fischi, giù, dalla strada, e di saluti chiassosi da in cima al balcone.

E quando era mattino Paola aveva gli occhi di sonno e lo sapevo, stava ancora dormendo, ma non ce la facevo proprio a rispettare il suo silenzio. Come la porta del bagno, che fendeva il buio cigolando, tutte le volte che qualcuno andava a lavarsi, dopo aver fatto l'amore.

E lo stridere del citofono quando rispondevo chiedendo, chi è?, l'acqua del bidet che non usciva, i balconi che sbattevano e porca miseria non c'è nessuno che vada a chiuderli?, le zanzare che mi mordevano le caviglie, il copri divano micotico, riproposto come tovaglia senza averlo mai  lavato, il pavimento infossato del salotto, i materassi appoggiati al muro e la coperta dei Simpson.


Domani vorrei svegliarmi due anni fa e che il tempo andasse piano, anche solo per un mattino.




giovedì 25 agosto 2011

Al Faça e Garfo.

Faça in portoghese significa coltello. Ce l'aveva scritto una cameriera sulla maglietta.
Era sera e avevamo fame.
Andare a cena con Marco è piuttosto impegnativo, perché vorrebbe mangiare bene, spendere poco, provare qualcosa di nuovo, possibilmente goloso, che sia al contempo anche tipico. Non si deve entrare in un posto squallido, ma neanche in uno troppo formale. 

Io invece quando ho fame mangerei anche mio fratello sotto il tavolo, divento nervosa.

Eravamo a Lisbona, alla ricerca di un ristorantino che fosse  originale, sfizioso, carino e nuovo, appunto.
Sono sempre stata contraria agli aggettivi, io. Se se ne ammucchiano troppi ci si confonde. E Marco, come al solito era andato in corto circuito. Non sapeva scegliere e diceva, andiamo avanti, magari più in su c'è qualcosa di migliore. 
Più in su, ecco. 
Fermiamoci un momento.

Lisbona è una città di salite e di discese. Le case si inerpicano sulle colline come l'edera, i tram e gli elevadores salgono a fatica, rallentando a passo d'uomo quando la pendenza diventa massima.
Bene.

E adesso immaginate me  piena di fame e di buoni propositi che mi dico, resisti a te infondo va bene tutto, lascia che sia lui a decidere. La prima mezz'ora.
Poi la seconda attacco con le proposte, fermiamoci qui, dai, sembra buono!
Quando ammutolisco può essere per due ragioni. O mi sto per sparare o  gli sto per sparare.
La terza mezz'ora passo alle considerazioni sull'amore, se infondo ne valga davvero la pena, e mi vedo arrancante a settantanni, in giro col bastone e con tre nipotini  che urlano, in cerca di un posticino "più goloso", come dice lui.

Allora ero in silenzio da almeno dieci minuti, lui incalzava, forza, andiamo a vedere cosa c'è più in su.
In quel momento, pensavo che sarebbe stato bello che una tegola gli fosse caduta  in testa. 
E proprio non ce la faccio a salire ancora, lo guardo e biascico, io, entro lì. Se vuoi puoi accompagnarmi.

Il Faça e Garfo è stato un miracolo. Troppi aggettivi confondono e ti fanno perdere la via, ma quando, per caso, li trovi davvero riuniti tutti insieme, ti fanno stare che è una meraviglia. 
Mangiamo, spendendo poco,  piatti della migliore cucina portoghese. Si beve tanto vino. La cameriera è una ragazza simpatica, una di quelle che ti mettono di buon umore senza chiedere nulla in cambio.

Ha scritto faça sulla maglietta e noi, che non sappiamo una parola in portoghese, pensando che sia quello il suo nome di battesimo, la chiamiamo "coltello" per tutta la sera.

Con la pancia piena penso che arrivare a essere vecchi insieme, continuando a cercare "qualcosa di goloso", sia un trionfo.




sabato 20 agosto 2011

Esilio

Una bambina timida vorrebbe esistere senza essere vista.
E invece tutte le volte andava nella stessa maniera. Cominciava l'appello. Io aspettavo che si arrivasse alla V e le budella mi si stringevano, sentivo il cuore battere come quando correvo la campestre, scolorivo cercando di far finta di niente. Pronunciavano il mio cognome storpiandolo il più delle volte, succede ancora. E immancabilmente arrivava la domanda che tutti a quel punto avrebbero voluto pormi.

Da dove vieni? 

Una bambina timida allora si sente affogare negli sguardi, sente di esser obbligata a costruirsi una faccia rassicurante, si trova a dover imparare a giustificare una differenza che non vede.

Qualcuno mi ha detto di averlo capito subito che ero straniera. Dai lineamenti, dall'accento. 
Io mio nonno non l'ho mai conosciuto. Né sono stata nei luoghi in cui è nato, quelli in cui, la gente, si immagina io abbia vissuto.

Vaglielo a spiegare che parlavo poco non perché non sapessi la lingua, la nostra lingua, ma perché avevo paura di non essere abbastanza per trovarmi degli amici.

Una bambina timida ha gli occhi di un estraneo. Sono cittadina di una terra che non esiste.
Il mio esilio.

sabato 13 agosto 2011

Soldati.

Il tempo precario ha eliminato i futuri, si procede col condizionale, viviamo in un periodo ipotetico di cui non ci è concesso essere premesse, ma solo conseguenze di generazioni egoiste. 
Stiamo stipati su una barca senza ancore, preda delle correnti e delle maree, i giovani imbiancano sperando di trovare un inizio.
C'è chi si getta in mare, qualcuno nuota fino a riva, qualche altro annega. Quelli che rimangono a bordo hanno fatto occhi di granito, le lacrime sono diventate cristalli di sale, si vede, non si guarda, non si può più guardare.

Ci dicono di continuare a navigare, arriveremo a mondi migliori. 
Quando preparo il caffè mi viene in mente Ungaretti, si sta come d'autunno sugli alberi le foglie.

Il mio tempo mi ha messo la divisa, combattimi, mi dice.

sabato 6 agosto 2011

Da Carlotto

Arriviamo che sono le sette. Si entra facendosi largo tra gruppi di persone smozzicati, che si sgretolano e si ricompongono di continuo, a seconda degli umori e di chi offra da bere. All'interno l'aria sa vagamente di legno bagnato, tutti i respiri, stipati tra le bottiglie di vetro, le danno la gradazione alcolica, 15%, Biancorosso.
Carlotto è un posto appiccicoso. Le suole si attaccano al pavimento, se hai i tacchi non scivoli, se hai le sneakers scricchioli. Il rumore delle parole degli altri ti si incolla addosso anche se tu non ci fai caso, e quando esci ti ritrovi a sapere cose, neanche tu sai come.
Il Biancorosso si beve in piedi, anche se, quando arrivi al terzo, vorresti poterti sedere su un divano comodo e possibilmente dormire, solo un poco.
Carlotto mi ricorda l'Italia, come dovrebbe essere. Ci stiamo tutti, sempre.
La domenica poi si tiene chiuso, perché la domenica è un giorno di festa, non va dimenticata. Ci si ubriaca solamente nei giorni feriali, passi a bere un Biancorosso e arriva la sera che ti senti più leggero.
Usciamo per la cena.
E adesso che scrivo mi ricordo il sapore di Lisbona quando andavamo a berci una Ginjinha in una bettola in centro. Si era tranquilli, come quando si arriva in un posto nuovo, ma si sente che lì non potrà capitare mai niente di male, perché, ti pare, di esserci sempre stato.

venerdì 29 luglio 2011

a Firenze col Tiorfix.

Come tutti gli anni ho il raffreddore a luglio.
Quando viaggio porto sempre una scatolina con una ventina di pastiglie, perché non si può mai sapere. Quasi sempre non servono.
Quando si inizia a scegliere le "medicine da viaggio", si comincia pensando di portare solo lo stretto indispensabile. Si inizia da un paio di bustine di Aulin. 
L'Aulin però fa venire il mal di pancia. E allora si prendono anche i fermenti lattici. 
Ed ecco che scatta la reazione del "ma poi".
Ma poi potrebbe venirmi la diarrea. E allora agiungo il Tiorfix.
Ma potrebbe anche essere influenza intestinale. E contro il vomito serve il Plasil.
E se mi vengono le placche meglio portare l'antibiotico.
Ma poi, se viaggio in aereo, meglio mettere dentro anche un paio di tranquillanti, che altrimenti mi agito (se non ho i tranquillanti, mica per l'aereo!).
E se a Marco venisse l'allergia?  meglio portare dell'antistaminico. Zirtec.

Solo a Firenze, questo febbraio, il kit è servito a qualcosa. 

Il secondo giorno è iniziato con un "oh, oh, devo andare in bagno".
Tiorfix. 
Uffizi. Oltre agli splendidi capolavori, la Galleria ha delle toilettes veramente confortevoli.

Il pomeriggio Marco mi chiede di salire sulla cupola di Santa Maria del Fiore. E io non riesco a dirgli di no, perché ha gli occhi di un bambino e mi piace vederli ridere. Così saliamo. Solo che ci sono veramente tanti gradini, scavati in un cunicolo stretto che si percorre a testa china. Tutto il tempo prego dio che non mi faccia venire un altro attacco di diarrea, perché farla sopra a una chiesa mi sembrerebbe poco romantico, quasi una bestemmia, figuriamoci coi giapponesi tutt'intorno e le loro macchine fotografiche.
Finisce bene.

La sera andiamo a mangiare una pseudo fiorentina. Più che al ristorante io sto nel bagno del ristorante. Così Marco fa amicizia con due vecchi francesi offrendogli cantucci e vin santo.

Arrivo al b&b che sono stremata.
"E se sto male anche io, cosa faccio?" mi chiede.
"Se stai male ti curo."

Gli basta, ci addormentiamo.



lunedì 25 luglio 2011

La Maddalena.

Oggi ci sono le nuvole, mi viene voglia di mare.
Alla Maddalena il mare sa di cielo, e in Sardegna il cielo è sempre azzurro. 
"Noleggiamo un motoscafo!" ci avevano detto i nostri uomini, ma il mare ingoia, ci ricordiamo, così si protesta, "facciamo il giro dell'arcipelago in barca,  piuttosto!"
Abbiamo la meglio.
Alle dieci si parte a bordo della "Città di Chiavari".
Marco, il capitano, è un omuncolo tuttofare. Sta al timone, riesce ad assecondare le onde e a  raccontarci l'isola, e nessuno parla, tutti lo ascoltiamo volentieri.
Ci fermiamo alle piscine naturali. L'acqua è limpida, più delle lacrime di un bambino. Si tinge di bianco vicino alla spiaggia, lì il sole si specchia e rimane a guardarsi fino a sera. Ci si tuffa allegri e finché  mi immergo con la maschera mi chiedo che senso abbia il male. 
Ripartiamo che sono le due. E il nostro capitano, che è pure un ottimo cuoco, cucina una pasta al dente per tutti i cinquantadue passeggeri. 
Mi piacciono i marinai perché camminano scalzi e perché sanno ringraziare: gettano ai gabbiani i gamberoni rimasti, il mare nutre loro e loro nutrono il mare, ci spiegano. E' un rito. Al povero Mirco, nostro compagno di viaggio ancora affamato, non resta che invidiare i gabbiani.
Tocchiamo altre spiagge, nel pomeriggio le onde sentono che presto arriverà il maestrale e sono nervose, cominciano ad agitarsi. Rientriamo al tramonto. 

Facendo la doccia penso senza nuvole si vive più felici.



sabato 16 luglio 2011

La casa.

Mi piace avere una casa perché mi piacciono i ritorni. Mi ricordano com'è abbracciare qualcuno quando non ci si vede da tempo. Abito in una cittadina sotto le montagne, spesso piove. Le nuvole vengono fermate dalle cime più alte, d'estate si accumulano temporali, d'inverno pianti lunghi settimane. Mi piace avere una casa per poterla lasciare, perché un abbraccio troppo intenso ti può stritolare, così parto per prendere respiro e avere nostalgia di quello che ho appena lasciato. Mi piace avere una casa perché so che la porta rimane sempre aperta. 
Solo se esiste un inizio si può raggiungere una fine. Solo con la partenza ci potrà essere il ritorno.